Beata Ignoranza
Si stava meglio quando si stava peggio? Ho imparato che uno dei segreti del successo è non imparare nulla
Buon martedì cessini tempestosi,
Come state? Prendermi qualche giorno off, la settimana scorsa, mi ha rinvigorito i pensieri e le idee. Mi sto rendendo conto di quanto sia prezioso il tempo lontano dal mondo digitale. Sì, so che detta così sembra un po’ un’ovvietà, ma vedere luoghi diversi, passare giornate intere a parlare con le persone a cui voglio bene, così come conoscerne di nuove… Spesso ci sembra una delle cose più scontate e semplici che la vita ci offre. Eppure è una semplicità alla portata di mano, che ci chiede solo di essere noi stessi senza dover per forza performare.
Ho passato diversi momenti di introspezione, durante i miei viaggi in auto per tornare a casa. E c’è stato, in particolare, un elemento inaspettato che mi ha aperto una fessurina luminosa nel cervello. Oggi, se vi va di stare con me qualche minuto, ve ne parlo.Buona lettura xx
Hydra
Mi sono sempre piaciute le favole della buonanotte. Peccato che però, invece di conciliarmi il sonno, mi hanno sempre attivato il cervello in orari civilmente inopportuni. Nightime is my time, è il momento in cui penso di più, sogno tantissimo (o faccio tantissimi incubi), ma prima di riuscire a concedermi alle braccia di Morfeo il mio cervello crea scenari variegati e inaspettati, idee per il futuro e cose che potrebbero succedere, dialoghi mai avvenuti che improvvisamente sembrano veri, possibilità che si ramificano ecc. Spesso mi ritrovo a osservare queste immagini come se non fossero nemmeno mie, e come se stessi assistendo a una proiezione continua. Forse è proprio per questo che dormire, per me, è un passaggio che richiede la forza di spegnere un interruttore. A meno che io non sia veramente, veramente molto stanca: in quei casi mi posso addormentare ovunque anche nel giro di 30 secondi.
In ogni caso… Vi sto dicendo questo perché la settimana scorsa io e il mio fidanzato siamo stati un po’ insieme, e prima di dormire, quasi per caso, una sera ha iniziato a leggermi dei capitolini di un libro che è diventato uno dei suoi preferiti e che mi riprometto, scrivendovi oggi, dovrò leggere per intero. Si tratta de “L'atto creativo” di Rick Rubin. Nel caso non lo conosceste: è una figura quasi mitologica nella musica, un produttore che ha lavorato con chiunque, dai Beastie Boys a Johnny Cash, passando per Kanye West, e che nel libro prova a fare una cosa molto più difficile che produrre un disco, cioè spiegare da dove nasce la creatività, o meglio, creare le condizioni perché accada. Pane per i miei denti, servitomi come spuntino di mezzanotte.
C’è stata una sera in particolare in cui, prima di dormire, mi ha letto un capitolo che si chiama più o meno “La mente del principiante”. Rick Rubin racconta un concetto molto semplice e allo stesso tempo destabilizzante: il principiante vede più possibilità dell’esperto, perché non ha ancora imparato cosa è “giusto” e cosa è “sbagliato”. Oltretutto non ha interiorizzato i limiti, non ha ancora sviluppato quella voce interna che corregge o anticipa il giudizio degli altri. Di questo capitolo breve ma super incisivo nella mia testa, c’è stato un passaggio che mi è rimasto particolarmente impresso, che dice che la mente del principiante è curiosa, aperta e libera dalle aspettative, mentre quella dell’esperto tende a restringersi e a muoversi dentro territori conosciuti. E poi un’altro concetto chiave: più accumuliamo conoscenza, più rischiamo di perdere la capacità di vedere nitidamente, perché iniziamo a interpretare le cose attraverso tutto ciò che già sappiamo.
Nel sentire queste parole, ovviamente, invece di rilassarmi mi sono accesa come una lucciola nel buio della notte. Improvvisamente ho iniziato a pensare a tutto quello che vedo ogni giorno e che non mi convince fino in fondo, unito a quella sensazione costante di déjà-vu che mi accompagna quando scorro ad esempio una sfilata, una campagna, un progetto creativo qualsiasi. E mi chiedo magari se il problema sia mio, se sono diventata una Millennial ottusa e cinica, oppure se qualcosa di più grande di me si sia inceppato.
Les Incroyables - Graduation Collection di John Galliano, 1984
Una risposta parzialmente l’ho trovata. Tutto quello che vediamo è già stato fatto prima, nel senso che è stato fatto da qualcuno che aveva una mente da principiante in un momento storico in cui tutto era ancora possibile, e oggi ci troviamo a guardare delle variazioni, delle reinterpretazioni di qualcosa che è nato in uno stato di inconsapevolezza. Non sapere davvero cosa si sta facendo - o meglio, non sapere come “dovrebbe” essere fatto - significa non avere ancora interiorizzato una griglia di riferimenti, aspettative e precedenti che inevitabilmente finisce per orientare ogni gesto creativo verso territori già tracciati. E quindi viviamo in una sorta di illusione di star innovando. Oltretutto, credo che qui dentro si annidi una delle contraddizioni più sottili del presente. Viviamo in un’epoca in cui l’accesso all’informazione è totale, e quindi teoricamente ogni creativo ha a disposizione un archivio infinito da cui attingere, ma questa stessa abbondanza produce una paralisi per eccesso di consapevolezza. Tradotto: una lucidità che ci intrappola in un sistema che ha già deciso cosa funziona e cosa no. Anche nella moda tutto questo accade di continuo. Se torno a pensare a figure come John Galliano, Alexander McQueen, Yohji Yamamoto o Vivienne Westwood, quello che emerge - oltre al fatto che fossero “originali”, parola che oggi viene utilizzata con tantissima leggerezza - la loro originalità non sembrava derivare da una volontà di differenziarsi, quanto piuttosto da una necessità che non passava attraverso il sistema. Perché quel sistema, nella forma in cui lo intendiamo oggi, non era ancora così ossessionato dall’idea di successo.


Quegli stilisti erano principianti in un senso molto più radicale di quanto siamo abituati a immaginare oggi, perché la loro ignoranza, al di là del fatto che non riguardasse soltanto le dinamiche di mercato o le strategie di branding, si estendeva proprio alla percezione di cosa fosse possibile fare con un abito. Ogni loro gesto era un’espansione del campo di gioco che oggi, inevitabilmente, noi ereditiamo. E lo ereditiamo già pieno di limiti imposti. Quando arrivi dopo, anche se hai talento, visione e tecnica, ti muovi comunque all’interno di un paesaggio che qualcun altro ha già reso leggibile, e la tua libertà, per quanto reale, deve sempre fare i conti con una memoria collettiva che riconosce e confronta. Ed ecco che iniziano a emergere quelle sensazioni di déjà-vu di cui parlavo prima, assieme alla percezione che qualcosa non stia davvero accadendo per la prima volta, anche quando viene presentato come nuovo. Vi faccio degli esempi concreti. Seán McGirr, da qualche anno alla guida di Alexander McQueen, precedentemente aveva lavorato sotto Jonathan Anderson. Nelle sue collezioni si percepisce una difficoltà nel costruire una voce autonoma. McGirr arriva da una scuola fortemente connotata by Jonathan Anderson, che nel bene o nel male, ha un modo molto specifico di intendere la forma, il concetto e persino l’ironia. Perciò il rischio effettivo è di portarsi dietro una grammatica già conosciuta. In aggiunta, questa stratificazione diventa ancora più complessa se la si inserisce all’interno di una maison come McQueen, costruita su una figura come Alexander Lee McQueen che ha incarnato in modo quasi irripetibile proprio quella “mente del principiante” di cui parla Rick Rubin, capace di creare senza preoccuparsi di essere leggibile. Quindi ogni intervento successivo si misura inevitabilmente con qualcosa di mitologico. Si arriva quindi a negoziare continuamente con ciò che è già stato fatto e che il pubblico si aspetta di riconoscere, e la possibilità di mantenere uno sguardo realmente “vergine” si assottiglia.
Vivienne Westwood FW81 (Pirate)
Lo stesso discorso, forse ancora più evidente, si potrebbe fare per Sabato De Sarno. Nel suo caso si tratta di una traiettoria intera che si è sviluppata all’interno di strutture estremamente definite, a partire dal lungo periodo trascorso in Valentino sotto la direzione di Pierpaolo Piccioli. Poi il debutto ufficiale davanti al pubblico accanito della moda, arrivando a guidare una macchina complessa e identitaria come Gucci. Il passaggio non avviene mai in uno spazio neutro, perché più di molti altri brand, Gucci porta con sé una storia recente ingombrante, quella di Alessandro Michele, che ha ridefinito in modo totalizzante l’immaginario della maison da renderlo inscindibile dalla propria identità. Chiunque arrivi dopo si trova a operare non solo in continuità con un archivio storico, ma anche in dialogo - o in opposizione - con un’estetica troppo fresca. Ciò che emergeva nelle collezioni di De Sarno era una sorta di sovrapposizione di livelli, come se diversi sistemi di riferimento coesistessero senza riuscire a fondersi: da un lato una pulizia che sembra voler prendere le distanze dall’eccesso narrativo del periodo precedente, dall’altro una sensibilità formale che tradisce un’educazione molto precisa. E che proprio per questo fatica a restituire quella sensazione di urgenza che spesso associamo alle operazioni più radicali e genuine.
Ma quanto è difficile, oggi, poter davvero “iniziare da zero”? Mi riferisco soprattutto a quando il proprio primo grande gesto creativo coincide già con la guida di una delle case di moda più osservate al mondo. Da quel momento ogni scelta diventa immediatamente una risposta a un sistema di aspettative che precede e condiziona l’atto stesso del creare. È come se la mente del principiante, in questi casi, venisse compressa prima di potersi manifestare, perché non ha lo spazio per esistere in forma pura e viene subito chiamata a tradursi in linguaggio vendibile. Così inevitabilmente si contamina e si adatta.
Jack The Ripper Stalks His Victims - Graduate Collection di Alexander McQueen, 1992
Tutto questo infittirsi di pensieri e esempi ha aperto in me una riflessione più ampia, che riguarda proprio la struttura del sistema moda contemporaneo, in cui il percorso verso la direzione creativa è diventato accademico nella sua prevedibilità. Ci sono tappe obbligate, maestri riconosciuti, linguaggi condivisi, dunque l’idea stessa di “arrivare da fuori” senza essere stati formati secondo quelle logiche appare sempre più rara, se non addirittura impossibile. Se da un lato questa struttura garantisce una certa qualità media, una solidità progettuale, d’altra parte rischia di appiattire quella componente di deviazione che storicamente ha generato le fratture più interessanti. Tutte quelle fratture che all’inizio sembravano incomprensibili… e che solo dopo molti anni sono diventate canoniche.
Per carità, lo dirò qui una volta per tutte: tendiamo sempre a mitizzare il passato, soprattutto quello che non abbiamo vissuto in prima persona. Ma il punto per costruire un presente e un futuro sani e fuori dalle regole preimposte, qual è? Forse è riconoscere che quel glorioso passato fosse attraversato da una quantità di zone d’ombra e imprevedibilità che oggi semplicemente non sono più praticabili nello stesso modo, perché siamo diventati troppo informati e allenati nel riconoscere i meccanismi prima ancora che si manifestino. Non dobbiamo far sì che la nostra idea di “genialità” diventi retrospettiva, costruita a posteriori, come se sapessimo già cosa vale la pena salvare. La “beata ignoranza”, in questo senso, è una qualità nonché una condizione estremamente fragile e temporanea, quasi accidentale, che si verifica quando il desiderio di creare precede qualsiasi forma di legittimazione. Ovvero quando non esiste ancora un pubblico da soddisfare e un mercato da intercettare ma ogni gesto nasce in uno spazio vuoto in cui il fallimento non ha ancora un peso reale - e il successo non è ancora una categoria a cui ambire.
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Oggi quello spazio vuoto è sempre più difficile da trovare, perché entriamo in qualsiasi processo creativo già sapendo troppo e anticipando le dinamiche di visibilità, di consenso e di critica. La nostra “mente vergine”, caratterizzata da una spontaneità iniziale, viene sostituita rapidamente da una forma di osservazione costante che finisce per inquinare il gesto sin dalla radice. Se mi conoscete, sapete che sono un’avida ascoltatrice di musica rock (e sottogeneri). Ma se penso alle rockband tutt’oggi esistenti come boh, prendiamo i Green Day, quello che mi ha sempre colpito dei primi album è quella sensazione fisica che dietro ci sia qualcuno che sta facendo qualcosa perché non può fare altrimenti. Billie Joe Armstrong non aveva ancora imparato a dosarsi e quindi spingeva, forzava e sbracava, ma proprio in quell’errore costruiva un suo linguaggio forte. Da American Idiot in poi sono arrivate le aspettative delle etichette, unite alla consapevolezza di avere un pubblico che vuole qualcosa di preciso, e quella stessa band ha iniziato a spostarsi verso un territorio più leggibile in cui ogni scelta sembra passare attraverso una serie di verifiche. Funzionerà in radio, piacerà abbastanza, sarà all’altezza di quello che abbiamo già fatto? La fame iniziale - che nasce proprio dal non avere nulla da perdere - viene sostituita da una forma di gestione, e questo inevitabilmente cambia il modo in cui si crea (e poi il modo in cui si fallisce).
Quasi sempre, è questo che io percepisco quando dico che qualcosa “non mi convince”. Ma come si fa a non perdere completamente quella zona di ignoranza fertile che ci permette di vedere ancora qualcosa, ma senza sapere già cosa stiamo guardando? Rick Rubin prova a dircelo: la creatività nasce del togliere tutte quelle voci interne che ci dicono cosa è giusto. C’è un’idea che attraversa tutto il suo pensiero, ed è quella per cui l’artista, più che un produttore di contenuti, dovrebbe essere una sorta di antenna, qualcuno che si mette in ascolto. Questo richiede esattamente il contrario di ciò che il sistema ci chiede di fare, cioè non strategia ma ascolto e apertura all’universo. Capacità di cambiare, più e più volte.
Beata Ignoranza, proteggiamola, l’Ignoranza. Però non ignoriamo, mai. Continuiamo a creare come se non fossimo obbligati a sapere tutto, concediamoci di fare qualcosa che non sappiamo ancora spiegare. È una disciplina quasi contro-intuitiva, perché richiede di disimparare mentre si impara, e di accumulare esperienza senza lasciare che diventi un recinto. Non avremo mai la certezza che qualcosa funzioni, ma proprio per questo, quella certezza continueremo a cercarla.
Oggi mi sentivo particolarmente mentale, quasi asciugante (perdonatemi) ma avevo bisogno di districare con voi i nodi nel mio cervello. Se volete arrivare al pettine, ogni commento è ben accetto! Per il resto, ci vediamo la settimana prossima
A prestoooooo









Come sempre illuminante ❤️
Bellissimo articolo